Panarea, l’isola che scivola nel tempo

Gli antichi la chiamavano Panaraí, dal greco

pánta rheî

— “tutto scorre”.

Dicevano che fosse un’isola viva, inquieta, che non stava mai ferma.

Ogni sua pietra respirava, ogni scoglio sembrava muoversi, come se l’isola

stessa seguisse il battito del mare.

E infatti Panarea scivola lentamente da sempre, affetta da un bradisismo antico,

così lieve da non farsi notare, ma costante come il respiro della Terra.

Gli anziani pescatori narravano che, di notte, si poteva udire un mormorio

profondo venire dal sottosuolo, un canto che diceva:

“Nulla resta. Tutto scende, tutto cambia, tutto ritorna.”

Sulle sue coste, il mare ha scolpito Cala Junco, una baia a forma di conchiglia,

così perfetta che gli dèi stessi vi si specchiavano.

Lì abitava Antea, la Ninfa del Mare, custode delle acque che ribollivano tra Lisca

Nera e Lisca Bianca, dove oltre duecento camini vulcanici soffiavano bolle calde

dal fondo del mare.

Si diceva che fossero i sospiri di Efesto, il dio del fuoco, innamorato di Antea,

condannato a guardarla da sotto il mare senza mai poterla toccare.

Quando le acque si muovevano più del solito e il mare tremava come in febbre,

gli isolani dicevano che Efesto sognava la sua Ninfa, e il suo amore faceva

vibrare la roccia.

Ma Antea lo calmava, sussurrando parole d’acqua e di vento:

“Resta quieto, mio fuoco. Anche se tutto scorre, l’amore resta.”

Così, da secoli, Panarea scivola piano, fedele al suo nome.

Ogni centimetro che sprofonda nel mare è una sillaba di quella promessa antica,

pronunciata tra fuoco e sale.

E chi oggi nuota tra le bolle di Lisca Nera giura di vedere, per un attimo, una

figura luminosa che si muove tra i flutti: Antea, la Ninfa che sorride al suo

destino, nell’isola che scorre sì, ma non finisce mai.

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